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Il Rinascimento della Psicoterapia - estratto da The NeuroPsychoTherapist

La prestigiosa rivista “The NeuroPsychoTherapist” ha chiesto a me (Fabio Sinibaldi) e altri illustri colleghi (tra cui Pat Ogden, Jeffrey Zeig, John Arden, Louis Cozolino e altri) di contribuire al numero speciale “Where to Now?” per tracciare le direttrici di una nuova psicoterapia i cui confini devono necessariamente estendersi e toccare quelli di altre discipline.

Il punto di partenza dei contributi riguardano la pratica psicoterapica, ma può essere una lettura interessante anche per chi si occupa di relazioni di cura, di aiuto o di sviluppo in ambito sociale o medico.

Puoi leggere la traduzione in italiano qui sotto, oppure può scaricare il PDF della rivista relativo al mio contributo (in inglese).

Verso il Rinascimento della Psicoterapia

Stiamo vivendo una grande epoca per la psicoterapia e le scienze del cambiamento in genere, tanto da poterla definire un vero e proprio Rinascimento. Oggi possiamo parlare di psicoterapia come una ‘scienza’ a tutti gli effetti. In passato è stato possibile solo fare ipotesi sui modelli di funzionamento interno, su quello che succede quando “scriviamo” un ricordo (traumatico o di apprendimento), “impariamo” che qualcosa ci fa paura o come “organizzare” una risposta mentale e corporea di fronte ad ogni evento stressante. 

Differenti discipline scientifiche ci hanno oggi permesso di studiare i raffinati meccanismi alla base di questi processi. L’epigenetica, ad esempio, ci aiuta bene a capire che la trasmissione intergenerazionale avviene per via biologica ancora prima che per via mentale e culturale (ad esempio il senso di avidità rispetto al cibo, può essere ereditato dai nonni che hanno fatto la guerra, anche senza che il nipote li abbia mai incontrati). Di contro, proprio agendo su questi meccanismi, anche tramite le abitudini di vita e specifiche tecniche psico-corporee, è possibile creare le basi neurobiologiche per modificare i relativi atteggiamenti mentali, che altrimenti sarebbero molto difficili da cambiare solo con il ragionamento o la forza di volontà. 

Allo stesso modo, lo studio dei brain networks ci sta permettendo di fare grandi passi in avanti nel capire come regolare gli stati di ipervigilianza, ansia o angoscia. Grazie alle informazioni provenienti dal Salience Network, ad esempio, si è potuto cogliere il ruolo centrale dell’insula (insieme all’amigdala) nella regolazione emotiva e nel senso di auto-controllo. Qui la dimensione corporea curata nei minimi dettagli gioca un ruolo centrale. Per fare un breve esempio pratico: l’insula è sensibile alle continue ricalibrazioni. Per questo motivo l’utilizzo di movimenti lenti e in fase negativa, di contrazioni isometriche, o dei cosiddetti “neuro-hacking” (fornire sensazioni paradossali, come caldo e freddo insieme) permette un rapido ritorno in fisiologia dei sistemi che regolano le risposte emotive e di auto-regolazione. Si tratta di esercizi pratici che i pazienti trovano subito efficaci e che, anche quando li valutiamo in fase di ricerca, mostrano cambiamenti rilevanti sia a livello percepito (attraverso scale di autovalutazione) sia tramite misurazioni strumentali (coerenza cardiaca, livelli di cortisolo e altri biomarker). 

La psicoterapia oggi non è più scienza di confine, ma dialoga e interagisce alla pari con i dominii della medicina, delle scienze sociali e dell’educazione. Il ruolo dello psicologo e dello psicoterapeuta sono sempre più centrali, anche nella vita quotidiana. La psicoterapia non si può limitare ad acquisire nuove conoscenze e strumenti, ma deve capirne i meccanismi di efficacia, per ottimizzarli e per creare nuovi approcci sempre più efficaci e, al contempo, riuscire ad essere applicabile nella vita quotidiana.

Una delle mie principali soddisfazioni è quando vedo uscire dai convegni e dai nostri corsi di formazione i terapeuti con un maggior senso di padronanza, con la percezione di un ruolo solido ed efficace, perché hanno appreso non solo le tecniche, ma soprattutto i meccanismi che ne stanno alla base. In questo modo diventano in grado di lavorare su ogni situazione, anche se non è esattamente quella degli esempi studiati, e sono in grado di sfruttare i diversi elementi della vita quotidiana di un paziente, trasformandoli in un'esperienza trasformativa attraverso quel processo che abbiamo definito di Human Experience Design.

 

 

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